Dopo dieci anni passati a lavorare con il corpo — respiro, sensazioni, presenza, regolazione — uno potrebbe pensare che io abbia già scelto un territorio abbastanza complesso.E invece no.
Ho deciso di fare un piccolo “upgrade”.La Psychedelic-Assisted Therapy, che detta così sembra una scelta professionale molto seria, ma a tratti assomiglia più a un esperimento personale:
vediamo fin dove arriva questa cosa del “stare con ciò che c’è”.Non è quando citi Stanislav Grof a cena (anche se sì, funziona sempre).
Non è nemmeno quando inizi a dire set and setting con la stessa naturalezza con cui prima dicevi “spritz” e la conversazione cambia leggermente direzione.È quando, nel mezzo di un’esperienza intensa — tua o altrui — senti chiaramente quel riflesso automatico: ok, adesso devo fare qualcosa.E invece no.Rimani lì.E pensi: tranquilla, non si è rotto niente. È proprio questo il lavoro.
Il sospetto: “Ma quindi tu droghi le persone?
”Questa è la domanda più frequente.Detta così, senza introduzione.
A volte con una certa preoccupazione. A volte con un filo di entusiasmo che non so bene come interpretare.La risposta breve è: no.
La risposta lunga è: no — ma capisco perché sembra esattamente questo.Perché “psichedelico” nell’immaginario collettivo sta ancora tra Woodstock e perdita totale di controllo.
Non “drogo le persone”. I clienti ricevono il dosaggio terapeutico stabilito da uno psichiatra.
E no, non “perdono il controllo” nel senso in cui lo immaginiamo.Succede piuttosto qualcosa di molto meno spettacolare e molto più interessante:
per un attimo, forse, smettono di dover controllare tutto.E io?
Io sono lì a ricordarmi di non rovinare il processo con il mio bisogno di essere utile.Che, tra noi, è una tentazione costante.
Il paradosso: fare meno (molto meno)
E qui arriva il punto che continuo a trovare vagamente comico.In realtà, questa cosa del “fare meno” non è che mi arrivi completamente nuova.Già il breathwork — quello fatto seriamente, facilitato — mi aveva insegnato quanto sia delicato stare accanto a qualcuno mentre attraversa un’esperienza intensa.
Quanto poco serva “guidare” e quanto invece conti saper stare, reggere, non invadere.Quindi una parte di me pensava:
ok, questo lo conosco.Poi arriva la PAT.E prende tutto questo… e lo porta a un livello completamente diverso.Perché se nel breathwork impari a non intervenire troppo, qui capisci che devi farlo ancora meno.
Ancora più fine.
Ancora più preciso.
Ancora più consapevole di ogni micro-movimento.E quindi sì, il paradosso rimane — ma si radicalizza:più il processo è profondo, meno tu devi guidare.E questo, per una counsellor con Marte in Ariete, è quasi un’esperienza psichedelica di per sé.
La trappola dell’“aiuto” (versione molto reale)
Facciamo un esempio concreto. La persona è in sessione. Ha ingerito la sua dose. L’esperienza si intensifica. Magari c’è un’ondata emotiva forte, il respiro cambia, il corpo si attiva — può essere paura, può essere tristezza, può essere qualcosa che non ha nemmeno un nome chiaro. E lì succede qualcosa anche dentro di me. Una parte molto ben addestrata — anni di lavoro, formazione, esperienza — si attiva immediatamente:
Ok, fai qualcosa. Aiuta. Contieni..
E attenzione: quella parte non è sbagliata. Il punto è che, in quel momento, devo fare una cosa controintuitiva. Fermarmi un secondo. E farmi una domanda molto semplice, ma non sempre comoda: Se intervengo adesso… lo sto facendo perché serve davvero a quella persona?
Oppure perché faccio fatica a stare in quello che sta succedendo?
Perché la linea è sottile. Magari quella persona non sta “andando fuori controllo”. Sta solo attraversando qualcosa che ha bisogno di essere sentito fino in fondo. E il rischio, se intervengo troppo presto, è di interrompere proprio quel processo. Quindi sì, aiuto.Ma a volte l’aiuto è:
restare lì, presente, senza aggiungere niente.
Che detto così sembra facile. Poi lo fai davvero… e capisci che è una delle cose più difficili del lavoro.
Il corpo: spoiler, ha sempre ragione
Un’altra cosa che succede è che inizi a fidarti meno delle parole e molto di più del corpo.Il cliente dice “sì”.
Il corpo fa una micro-ritrazione. E tu sei lì tipo:
“ok… ascoltiamo quella”.
Ed è interessante perché questo linguaggio lo conoscevo già. Solo che qui è come se qualcuno avesse alzato il volume. E quindi quel dettaglio minuscolo… diventa decisivo.
La crisi dell’intellettuale (con affetto)
Io vengo da anni in cui capire era fondamentale. In seguito ho imparato a sentire meglio e rimandare la comprensione al dopo. Poi arrivo qui.
Lezione 7: psilocibina nelle depressioni resistenti.
Studi, dati, protocolli. Tutto molto serio.E mentre ascolto penso: ok, questa è scienza. Poi però succede anche altro.
Capisco che non è solo scienza.
C’è una parte che ha a che fare con qualcosa che non organizzi, non controlli, non spieghi fino in fondo.Il famoso “mistero della coscienza”.
Che detto così suona un po’ vago, ma quando lo osservi… è tutto tranne che vago.E la cosa più onesta che posso dire è:
mi affascina moltissimo.
Il burnout (plot twist non richiesto)
Poi c’è questo dettaglio: se tu che sei il terapeuta/facilitatore sei anche strumento terapeutico… devi poter funzionare. E qui ringrazio davvero tutta la mia formazione precedente. Il lavoro corporeo, la regolazione, la presenza — tutto quello che ho costruito negli anni è esattamente ciò che mi permette di stare in questo campo senza perdermi. Quindi sì, il self-care esiste. Ma non è più “mi prendo una pausa”. È più:
“Sono abbastanza centrata da facilitare e non complicare il processo di qualcun altro?
Quindi… cosa fai davvero?
Bella domanda.La risposta più onesta è:
imparo a stare. A stare quando vorrei intervenire.
A stare quando non capisco.
A stare senza sistemare tutto. Che detta così sembra semplice. Non lo è.
Dal tecnico al testimone (con un sorriso)
La cosa più ironica? In realtà, la formazione in counselling a mediazione corporea mi aveva già insegnato una cosa fondamentale: che accanto al saper fare esiste anche un saper essere. E che, in certi lavori, è proprio quello a fare la differenza. La PAT non fa altro che portare questa intuizione alle estreme conseguenze. Perché qui non basta più “essere brava”.
Conta come sei, mentre sei lì. E quanto riesci a non occupare spazio che non ti appartiene.
Se dovessi dirla semplice: Il corso in Psychedelic Assisted Therapies non mi sta insegnando a fare di più.
Mi sta insegnando a non fare troppo.
E per una come me…
questa sì che è una scelta interessante.